Timidezza o ansia sociale?

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L’ansia sociale* fa parte dei disturbi d’ansia e colpisce circa il 5% della popolazione. Su 4 persone affette da questo disturbo, 3 hanno iniziato a soffrirne tra gli 8 e i 15 anni. Tutti noi conosciamo persone timide (o magari noi stessi lo siamo), ma qual è la differenza tra timidezza e ansia sociale? Cerchiamo di capirlo osservando due fratelli, Tommaso e Antonio.

 

Tommaso («il Timido»)

Tommaso è stato timido fin da bambino e prova un po’ di imbarazzo a stare con le persone. A volte si sente un po’ a disagio, prova vergogna e arrossisce. Non se ne preoccupa molto, e riesce comunque a fare tutto quello che desidera. Gli amici a volte lo prendono in giro per il suo arrossire, ma questo è una delle caratteristiche che lo distinguono dagli altri. Le ragazze pensano che il suo arrossire sia carino, e lo trovano una persona sensibile, rispettosa e gentile. Tommaso è «il Timido».

 

Antonio («l’Ansioso»)

Antonio, come suo fratello, è sempre stato timido e prova un po’ di imbarazzo a stare con le persone. A differenza del fratello si preoccupa molto del fatto che gli altri si possano accorgere delle sue emozioni e pensare che sia uno stupido, un debole, un mollo.

Inizia quindi ad evitare le situazioni sociali, come gli aperitivi con gli amici o altre situazioni in cui deve avere a che fare con altre persone. Spesso rifiuta gli inviti alle feste e, in quelle rare occasioni in cui accetta un invito, sperimenta una forte ansia anticipatoria, cioè inizia a preoccuparsi di come andranno le cose ore o addirittura giorni prima. Questa ansia si traduce, a livello fisiologico, nei sintomi della reazione di attacco o fuga, come tachicardia, respiro affannoso e sudorazione. Antonio si accorge di questi sintomi, e inizia a pensare che anche gli altri se ne accorgeranno. La paura di poter fare una figuraccia aumenta, quindi aumentano i sintomi, i quali a loro volta aumentano l’ansia, innescando un bel circolo vizioso. A quel punto Antonio, per evitare la figuraccia, si mette in disparte. Rivolge la parola solo a chi gli si avvicina, ma parla poco ed evita il contatto visivo, distogliendo spesso lo sguardo dall’interlocutore. Si preoccupa così tanto di poter fare una figuraccia che, durante la conversazione, invece di concentrarsi su quello che l’interlocutore gli dice, pensa a come articolare la frase successiva, dando così l’impressione di non essere interessato a quello che l’altro sta dicendo. Ha paura che gli tremi la mano, quindi tiene il bicchiere in maniera così salda da risultare goffo. Ha paura che gli altri si accorgano che sta sudando quindi non si toglie la giacca, cosa che lo fa sudare ancora di più. Tutto quello che fa, per evitare l’ansia e il giudizio negativo da parte degli altri, ha l’effetto di aumentare sia l’ansia che la probabilità di ricevere proprio quel giudizio negativo che tanto teme. Antonio si ritrova in un circolo vizioso che è proprio quello tipico dell’ansia sociale: Antonio è quindi «l’Ansioso».

 

Le persone che soffrono di ansia sociale abbandonano la scuola più spesso di chi non ne soffre, e sono più spesso single. Non è raro che queste persone cerchino di risolvere il problema con alcol o droghe, che non solo non risolvono il problema, ma che anzi lo aggravano. Spesso sono proprio questi problemi secondari che portano la persona che soffre di ansia sociale a richiedere un trattamento per risolvere il problema.

In psicoterapia ci si concentra solitamente su 3 aspetti:

  1. Componente cognitiva. Si lavora cioè sulle convinzioni del paziente relativamente all’importanza del giudizio degli altri o alla necessità di fare bella figura;
  2. Componente comportamentale. Si riducono i comportamenti che mantengono e peggiorano il disturbo, aiutando la persona ad affrontare le situazioni temute e a ridurre gli evitamenti;
  3. Componente sociale. Spesso queste persone non hanno sviluppato delle adeguate competenze sociali semplicemente perché hanno evitato tutte le situazioni sociali in cui potevano sperimentarle e impararle. Si lavora quindi sul modo di relazionarsi con gli altri, training di abilità sociali o assertive.

 

* Ecco i criteri necessari per fare la diagnosi di disturbo d’ansia sociale (o fobia sociale) secondo il DSM-5 (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders – quinta edizione 2013; American Psychiatric Association):

 

  1. Paura o ansia marcate relative a una o più situazioni sociali nelle quali l’individuo è esposto al possibile esame degli altri. Gli esempi comprendono interazioni sociali (per es. avere una conversazione, incontrare persone sconosciute), essere osservati (per es., mentre si mangia o si beve) ed eseguire una prestazione di fronte ad altri (per es., fare un discorso).
  2. L’individuo teme che agirà in modo tale o manifesterà sintomi di ansia che saranno valutati negativamente (cioè saranno umilianti o imbarazzanti; porteranno al rifiuto o risulteranno offensivi per altri).
  3. Le situazioni sociali temute provocano quasi invariabilmente paura o ansia.
  4. Le situazioni sociali temute sono evitate oppure sopportate con paura o ansia intense.
  5. La paura o l’ansia sono sproporzionate rispetto alla reale minaccia posta dalla situazione sociale e al contesto socioculturale.
  6. La paura, l’ansia o l’evitamento sono persistenti e durano tipicamente 6 mesi o più.
  7. La paura, l’ansia o l’evitamento causano disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambiente sociale, lavorativo, o in altre aree importanti.
  8. La paura, l’ansia o l’evitamento non sono attribuibili agli effetti fisiologici di una sostanza (per es., una droga, un farmaco) o a un’altra condizione medica.
  9. La paura, l’ansia o l’evitamento non sono meglio spiegati dai sintomi di un altro disturbo mentale.
  10. Se è presente un’altra condizione medica, la paura, l’ansia o l’evitamento sono chiaramente non correlati oppure eccessivi.

 


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