Marta: un caso di ansia sociale

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Marta ha 25 anni, e le mancano pochi esami per finire l’università. Vive nella città in cui studia, in un appartamento con altre studentesse. Arriva in terapia dicendo che è stufa di avere l’ansia, quel “mattone” che si sente sempre sul petto: “ho sbagliato”, “sbaglio sempre”, “sono una stupida” sono le frasi che ripete più spesso durante i primi colloqui. Il suo problema principale è una scarsa autostima, o meglio un’autostima che dipende quasi esclusivamente dal giudizio degli altri. Come molte altre persone, Marta pensa che il suo valore dipenda dal giudizio degli altri: se mi giudicano positivamente allora valgo, se mi giudicano negativamente allora non valgo niente. Gli altri sono visti sempre come più adeguati, più capaci, migliori.

Ricostruiamo insieme il funzionamento del suo disturbo, un disturbo d’ansia sociale. Nelle situazioni sociali si attivano nella testa di Marta una serie di pensieri negativi del tipo “non vado bene”, “non sono interessante”, “potrei dire qualcosa di sbagliato”. Questo le provoca una forte ansia, che si manifesta principalmente attraverso l’accelerazione del battito cardiaco e della respirazione, oltre che dei forti crampi allo stomaco. Gestisce quest’ansia principalmente cercando di evitare le situazioni sociali, e quando questo non è possibile evita le interazioni con le altre persone sedendosi in disparte e non parlando, o parlando solo con chi conosce già. È sempre molto attenta a quello che dice, e le poche volte in cui parla si concentra molto su quello che dice e su come lo dice, e lo ripete più volte per essere sicura di non essere fraintesa. Spesso chiede rassicurazioni alle amiche. Marta inizia a rendersi conto che tutto quello che fa non solo non serve per far diminuire l’ansia, ma anzi la fa aumentare sempre di più. Il suo continuo chiedere rassicurazioni alle amiche in realtà non le piace (“che pesante che deve essere vivere con me!”) ma non può farne a meno, e si rende conto che il rimanere in disparte a rimuginare su quello che sta per dire o su quello che ha appena detto non la fa risultare certo simpatica. Questa è la classica profezia che si autoavvera: spesso con il nostro comportamento facciamo accadere esattamente quello che temiamo.

Decidiamo quindi di interrompere il circolo vizioso, dandoci come obiettivi quelli di dare meno peso a quello che pensano gli altri, di mettere meno freni ed essere più autentici nelle relazioni. Marta desidera inoltre imparare a chiedere aiuto e a dire di no. Durante il percorso scopriamo che Marta al liceo è stata vittima di bullismo da parte di un gruppetto di compagne di classe, e che questo ha minato la sua autostima. Ancora oggi sta pagando il prezzo di quello che le è successo tanti anni fa, in un momento, quello dell’adolescenza, in cui la personalità si sta strutturando.

Sono passati circa 7 mesi dal primo colloquio di Marta. Ora ha finito gli esami e deve discutere la tesi, poi cambierà città e inizierà un corso molto prestigioso, a cui è stata ammessa dopo aver provato il test convinta che tanto non lo avrebbe mai passato. In uno dei suoi ultimi colloqui mi racconta “ho detto ad una mia amica che mi sembra che gli amici, le persone che frequentiamo, mi vogliano più bene rispetto a mesi fa. Lei mi ha risposto che me ne hanno sempre voluto, ma che ero troppo concentrata su me stessa per notarlo. Quindi non è cambiato nulla fuori di me, ma è cambiato tutto dentro di me”. E noi non possiamo fare altro che dire “missione compiuta!”.

 

PS. Ci teniamo a specificare che Marta non si chiama davvero Marta, e che anche altre informazioni sono state cambiate: alla Dritto al Punto la privacy è fondamentale.

 


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