Ipocondriaco io?! Ma dottore, io sono malato davvero!

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L’ipocondria non esiste più. O meglio, è il termine ipocondria che non esiste più, perché è stato sostituito da due espressioni diverse, rispettivamente il disturbo da sintomi somatici (1) e il disturbo da ansia di malattia (2).Il disturbo da sintomi somatici e il disturbo da ansia di malattia non sono disturbi d’ansia, ma il meccanismo è molto simile.

Ma la sostanza non cambia: stiamo sempre parlando di preoccupazione o ansia eccessiva per sintomi fisici che possono essere presenti (1) oppure assenti o molto lievi (2).

Tutti noi, quando percepiamo un sintomo qualsiasi, ci chiediamo se potrebbe essere un problema serio. La maggior parte di noi aspetta qualche giorno, e se il sintomo persiste si rivolge al medico per capire se c’è un problema.

Le persone colpite da questi disturbi, invece, attivano una serie di meccanismi che non fanno altro che mantenere e aumentare l’ansia, e che si possono suddividere in 3 categorie.

 

Fattori cognitivi

Aumenta l’attenzione verso i sintomi e i normali processi fisici (ad esempio il ritmo cardiaco, l’attività intestinale, la deglutizione, la respirazione). Alcune persone iniziano a porre estrema attenzione ad aspetti esteriori del corpo (come asimmetria del corpo, irregolarità o macchie della pelle, perdita o crescita irregolare dei capelli) o a caratteristiche delle secrezioni del corpo (come colore della saliva, dell’urina o delle feci). Aumenta anche l’attenzione verso notizie che riguardano malattie o morte di altre persone.

 

Cambiamenti emotivi/fisiologici

L’emozione prevalente è l’ansia, che provoca nell’organismo i sintomi della reazione di attacco o fuga, che vengono a loro volta interpretati come il segnale che effettivamente qualcosa non vada bene.

 

Risposte comportamentali

Si suddividono in: controllo del corpo, evitamenti, comportamenti protettivi e ricerca di rassicurazioni.

I controlli del corpo sono frequenti: autopalpazione di addome o seno, o controllo dei battiti, o controllo della pelle. Alcune persone fanno respiri profondi per verificare il corretto funzionamento dei polmoni, o numerose deglutizioni per controllare eventuali anomalie alla gola. Tutti questi comportamenti non fanno altro che aumentare la probabilità di provocare qualche altro sintomo (se continuo a toccarmi l’addome corro il rischio di provocare un’irritazione o una lesione del tessuto che poi va a confermare la preoccupazione di avere qualcosa che non va) o di interpretare in maniera erronea alcune normali variazioni corporee (se continuo a sentirmi il polso è molto probabile che io mi accorga di qualche normale fluttuazione del numero di battiti che però a quel punto interpreterò come conferma del fatto che qualcosa che non va in effetti ce l’ho).

Gli evitamenti consistono nell’evitare gli sforzi fisici, oppure le situazioni che potrebbero provocare ansia. Sappiamo bene che cercare di non pensare alle proprie preoccupazioni è come cercare di non pensare ad un elefante rosa… A che cosa stai pensando ora?! Mmm penso proprio ad un elefante rosa!

I comportamenti protettivi sono comportamenti che penso mi proteggano da eventuali malattie: assumere vitamine o riposare ne sono alcuni esempi. Però se continuo a riposare la mia forma fisica non può che peggiorare, confermando ulteriormente la mia idea di avere qualcosa che non va.

Infine, la ricerca di rassicurazioni, che vengono cercate sia da figure familiari o amiche oppure effettuando esami medici a non finire.

Tutti queste meccanismi non fanno altro che aumentare l’ansia. Quello che si fa in psicoterapia è lavorare su due aspetti:

  • L’aspetto cognitivo: è fondamentale raggiungere l’accettazione della possibilità di avere una malattia. Tutti ce ne preoccupiamo, e questo è assolutamente utile perché altrimenti sottovaluteremmo tutti i segnali del nostro corpo. Il problema non è il rischio di poter avere una malattia, questo lo corriamo tutti. Il problema è imparare a tollerare l’incertezza.
  • L’aspetto comportamentale: una volta accettato il rischio si possono eliminare tutti i meccanismi di mantenimento che ci incastrano nel circolo vizioso e ci fanno stare sempre peggio.

 

 

* Ecco i criteri necessari per fare, secondo il DSM-5 (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders – quinta edizione 2013; American Psychiatric Association), la diagnosi di:

(1) Disturbo da sintomi somatici

  1. Uno o più sintomi somatici che procurano disagio o portano ad alterazioni significative della vita quotidiana.
  2. Pensieri, sentimenti o comportamenti eccessivi correlati ai sintomi somatici o associati a preoccupazioni relative alla salute, come indicato da almeno uno dei seguenti sintomi:
    1. Pensieri sproporzionati e persistenti circa la gravità dei propri sintomi.
    2. Livello costantemente elevato di ansia per la salute o per i sintomi.
    3. Tempo ed energie eccessivi dedicati a questi sintomi o a preoccupazioni riguardanti la salute.
  3. Sebbene possa non essere continuativamente presente alcuno dei sintomi, la condizione di essere sintomatici è persistente (tipicamente da più di 6 mesi).

 

(2) Disturbo da ansia di malattia:

  1. Preoccupazione di avere o contrarre una grave malattia.
  2. I sintomi somatici non sono presenti o, se presenti, sono di lieve entità. Se è presente un’altra condizione medica o vi è un rischio elevato di svilupparla (per es., in presenza di un’importante familiarità) la preoccupazione è chiaramente eccessiva o sproporzionata.
  3. È presente un elevato livello di ansia riguardante la salute e l’individuo si allarma facilmente riguardo al proprio stato di salute.
  4. L’individuo attua eccessivi comportamenti correlati alla salute (per es., controlla ripetutamente il proprio corpo cercando segni di malattia) o presenta un evitamento disadattativo (per es., evita visite mediche e ospedali).
  5. La preoccupazione per la malattia è presente da almeno sei mesi, ma la specifica patologia temuta può cambiare nel corso di tale periodo di tempo.
  6. La preoccupazione riguardante la malattia non è meglio spiegata da un altro disturbo mentale.

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