Ho deciso: vado dallo psicologo! E poi?

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“Ti do il numero della mia psicologa!”

Un tuo amico o familiare ti ha detto questa frase, lasciandoti lì con un biglietto da visita in mano e mille domande senza risposta per la testa? Allora questo è il post che fa per te!

“Per quanto tempo ci devo andare?”, “quanto mi costerà?” e “ma io ho solo  un po’ di ansia, dallo psicologo non ci vanno i matti?”, solo alcune delle domande che frullano per la testa a chi, come te, sta valutando la possibilità di un percorso psicologico. Ecco perché ho deciso di raccontarti che cosa succederà se deciderai di alzare il telefono e comporre quel numero scritto sul biglietto da visita che hai in mano. O meglio, ti racconto quello che succederà se deciderai di chiamare me: non tutti gli psicologi o psicoterapeuti lavorano allo stesso modo quindi mi limiterò a parlarti del modo in cui lavoro io.

Primo contatto

La maggior parte delle volte è telefonico: “Buongiorno, ho avuto il suo numero dalla mia amica Stefania (o dal mio medico il dottor Rossi)” o “ho trovato il suo nominativo su internet” o “ho trovato un suo volantino” a cui solitamente segue il “vorrei un appuntamento con lei”. Chiedo di anticiparmi brevemente il problema per capire se me ne potrò occupare. Per esempio, se mi chiama una mamma che vuole portarmi il figlio di 7 anni, le spiego che non lavoro con i bambini e le fornisco il numero di telefono di un collega. Solitamente il paziente mi chiede dove si trova lo studio, quanto durerà e quanto costerà il colloquio, e se è possibile avere l’appuntamento in una certa fascia oraria (ad esempio durante la pausa pranzo o dopo l’orario di lavoro). A questo punto si fissa l’appuntamento.

Primo appuntamento

Il paziente mi spiega per quale problema sta cercando il mio aiuto, e io gli spiego come lavoro. A quel punto si stabilisce insieme come procedere: di solito propongo di vederci una volta alla settimana per qualche settimana (di solito 3/4) per fare il quadro della situazione, cioè raccogliere tutte le informazioni che ci servono. È la fase in cui io e il paziente costruiamo la squadra e andiamo ad investigare: come si è creato il problema? Perché il paziente non riesce ad uscirne da solo? Sono davvero io la persona migliore per aiutare il paziente a risolvere il problema oppure no? Per esempio, per alcuni disturbi la terapia farmacologica è più efficace della psicoterapia, in quel caso lo spiego ed eventualmente fornisco il numero di telefono di un collega psichiatra. In questa fase mi aiuto con questionari o test che chiedo al paziente di compilare a casa, tra un colloquio e l’altro.

Definizione del problema e degli obiettivi

È la fase più delicata. Spesso i pazienti che si rivolgono a me vogliono semplicemente stare meglio o eliminare o ridurre una certa emozione (l’ansia, per esempio). La domanda che faccio al paziente a questo punto è: “come facciamo, tra 3 mesi, tra 6 mesi o tra un anno, a sapere che stiamo andando nella direzione giusta? Come facciamo a dire che la terapia è andata bene o, invece, ad accorgerci che non sta funzionando?”. Se ci si rivolge a qualcuno perché si vuole dimagrire è facile: se stabilisco che voglio perdere 5 chili in 3 mesi, basta che io mi pesi oggi e poi tra 3 mesi, e vedo se la dieta funziona o no. Purtroppo (o per fortuna?) quando si va dallo psicologo non si hanno a disposizione strumenti che ci possano dire in maniera così semplice e chiara che “stiamo bene”. È solo il paziente che può stabilire che cosa questo “stare bene” significhi per lui: io so quello che significa per me, ma questo vale per me e la mia vita, certo non per gli altri! Per questo motivo è importante formulare degli obiettivi realistici, chiari e condivisi. Un obiettivo ben formulato è, per esempio, “voglio imparare a gestire gli attacchi di panico, riuscire ad andare al cinema entro 3 mesi e prendere l’aereo la prossima estate”. Oppure “voglio uscire da questo momento di depressione e iscrivermi ad un corso di danza a settembre” o anche “voglio lavorare sulla mia timidezzaautostima, entro Natale voglio dire a mio marito che non voglio fare il pranzo coi parenti a casa nostra”.

Consulenza o psicoterapia

È il cuore vero e proprio del lavoro, la parte in cui si lavora per raggiungere quegli obiettivi che ci si è prefissati. Io lavoro principalmente prima sull’aspetto cognitivo e poi su quello comportamentale. Ad esempio, con una persona che soffre di attacchi di panico, lavoro prima sull’aspetto cognitivo, cioè sui pensieri e sulle convinzioni del paziente, ragionando insieme su credenze del tipo “se mi viene la tachicardia mentre sono al cinema mi verrà un infarto”. Una volta arrivati alla conclusione che la tachicardia e l’infarto non c’entrano nulla, siamo pronti per fare gli esercizi comportamentali, quindi ad esempio saltiamo sul posto per 30 secondi. Sì sì, proprio così: io tengo il tempo e poi tutti e due saltiamo per il tempo che abbiamo stabilito! Così, un passettino alla volta, il paziente sperimenta, in una situazione in cui si sente al sicuro, quelle sensazioni fisiche che teme lo possano portare a morire, impazzire o perdere il controllo. A questo punto si è pronti per quelli che vengono chiamati i “compiti per casa” cioè stabiliamo che cosa andrà fatto durante la settimana: può essere rifare tutti i giorni l’esercizio di saltare sul posto per 30 secondi oppure qualche altra cosa che viene stabilita insieme. La seduta successiva inizia proprio con la revisione dei compiti a casa, sulla base dei quali si decide come procedere.

Revisione degli obiettivi

È evidente che, visto come ci si è mossi nelle fasi precedenti, è molto semplice capire se gli obiettivi sono stati raggiunti oppure no. Nel momento stabilito si fa quindi il punto della situazione e ci si confronta sul percorso fatto, sugli obiettivi raggiunti, su quelli ancora da raggiungere. Sia che gli obiettivi siano stati raggiunti sia che non siano stati raggiunti, si decide insieme come procedere. A volte vengono aggiunti obiettivi nuovi e quindi si ricomincia dal punto (3).

Prevenzione delle ricadute

Una volta che sono stati raggiunti gli obiettivi stabiliti, è fondamentale prevedere eventuali momenti di difficoltà futuri e prepararsi ad affrontarli. Nella vita ci possono essere tanti momenti di difficoltà, ma una terapia riuscita è una terapia in cui il paziente diventa il terapeuta di se stesso, ovvero porta a casa una cassetta degli attrezzi che gli serviranno in futuro per gestire da solo tutti i problemi che dovrà affrontare nella vita. È fondamentale capire come ci si è incastrati in una certa situazione per capire cosa fare per evitare in futuro di incastrarsi in una situazione molto simile. Come mai gli attacchi di panico mi vengono sempre quando concludo una relazione per me importante? C’è qualcosa nella mia storia di vita e nella mia personalità che mi predispone a questo problema?

Chiusura e follow up

La terapia è finita. Si stabilisce di vedersi ancora per un paio di volte magari a distanza di qualche mese, in modo tale da accertarsi che tutto stia andando come stabilito. E a quel punto siamo pronti per salutarci. Il dispiacere per la terapia che si chiude è accompagnato dall’entusiasmo di affrontare la vita da soli e dalla consapevolezza che, anche se la terapia finisce, la relazione con il terapeuta è per sempre.


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